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Utente: carlitosway
io stesso sono un anacoluto, un errore sintattico del mio stesso io, un brusco cambiamento di soggetto


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postato da carlitosway alle ore 20:05
sabato, 29 ottobre 2005

Sabato sera. 21.00. Tuta da casa. Meno di 20 minuti per: cambiarti, prepararti e uscire, per passare una serata uguale a tante altre. Sei irrequieto, non per colpa della serata.

Sai che satsera qualcuno torna, anche se per pochi giorni, ma torna. Non sei ancora pronto, sei ancora in bilico, la tua situazione è molto fragile. E' facile cadere di nuovo.

Ti senti in quella situazione scomoda, quando la parete di roccia a cui sei aggrapato, sembra averti nascosto ogni appiglio per salire, ma non puoi tornare indietro, o perdi la sfida.

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postato da carlitosway alle ore 15:34
mercoledì, 26 ottobre 2005

Da bambino ti hanno sempre insegnato che il gioco è educativo, che ti insegna a vivere, non è una rivalsa personale sugli altri, ma un attento e calibrato gioco di squadra.

Poi un giorno cresci, non sei più bambino, tutto quello che fino al giorno prima ritenevi importante passa in secondo piano, ma una cosa rimane: la voglia di giocare.

Più vai avanti a crescere impari a schivare gli ostacoli che la vita ti mette davanti, sei un equilibrista sul filo della società in cui vivi, ma una cosa non sei ancora riuscito a capire, se il gioco era tanto importante, tanto da insegnarti fin da piccolo a vivere, perchè ora nessuno gioca più? Tanti signori rispettabili in doppio petto, tante donne in carriera, in tutti non vedi più nei loro occhi la voglia di giocare, quella sana voglia che ti portava a rotolarti nel fango, ad uscirne con le mani, i vestiti e il viso sporco, ma con l'anima pulita, leggera. Ora in quei occhi, che tutte le mattine leggi solo una cosa: la voglia di finire quella giornata, per iniziarne un'altra del tutto uguale. Disfiamoci delle nostre divise da commercialista, studente, manager, impiegato e tuffiamoci nel fango, torniamo a giocare, almeno per un solo giorno facciamo uscire la nostra anima cartacrespia.

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postato da carlitosway alle ore 15:30
martedì, 25 ottobre 2005

Tutte le mattine ti alzi alla stessa ora, inforchi la bicicletta e sfrecci per le strade rovinate della cittadina, veloce, dritto alla meta. I primi tempi erano la novità ti rendevi conto di quello che facevi, però la tua anima iniziava a rovinarsi, davi la colpa alle strade. Una mattina decidi allora di prenderne altre, stavi meglio e la tua anima con te. Era colpa delle strade rotte della tua città, ma poi un giorno, ancora, la tua anima sta ritornando ad essere grigia. Un pensiero inizia a infastidirti, come una mosca ti ronza li intorno, non ti da pace, quel pensiro dice solo una cosa, quel pensiero dice routine.

Il mondo ti crolla addosso, ti rendi conto che piano piano sei entrato a far parte di quel mondo che criticavi, il mondo dei pendolari, di quelli che tutte le mattine sono costretti a fare le cose che hanno fatto il giorno prima. Tu non ti senti parte di quel mondo, non fa per te, tutto è così troppo uguale. La routine ti ha preso, ti ha infilato nel suo vortice, il rendersene conto peggiora le cose, ti senti come messo dentro una grande lavatrice in piena centrifuga, ti rendi conto che la tua reazione deve venire e deve farlo subito.

Ti capita di leggere su un libro di Coelho che se cambi la tua routine permetti ad un uomo nuovo di crescere dentro di te, lo intendi che solo così puoi perfezionarti, innalzarti ad essere il superuomo di Nietsche e D'Annunzio, di essere cioè, più attento a ciò che ti circonda. Così una mattina ti alzi e cambi stile, non corri più disperato verso il binario uno della stazione, inizi ad andare più lento a osservare ciò che non hai mai osservato e ti accorgi, come un pugno nello stomaco, che tutti quelli che ti circondano corrono, tutti ti guardano, nei loro occhi una sola parola:perditempo. Capisci allora il perchè di tante cose, capisci che non è colpa loro se corrono, ma di una società, fredda e cinica, la socità di coloro che lavorano a milano, ma non ci vivono, la società milanese che pretende che alle otto gli uffici siano già operativi, ti accorgi che tutto alla fine è colpa di milano.

Questa bellissima città, imponente, caotica piena di vita, ma che vita?vita che corre e non fa altro che correre, a milano anche se non lo vuoi devi correre, correre di più di quello che ti sta fianco, tu devi essere di più...

Da quando hai capito cosa non riesci ad accettare, hai sviluppato un amore e odio verso milano, la ami per quello che è, ma la odi per quello che non ti permette di essere.

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postato da carlitosway alle ore 10:00
lunedì, 24 ottobre 2005

Mi ricorre in testa sempre la stessa domanda, saranno ormai svariati mesi, ma non riesco mai a rispondere:

"Mentre passiamo lasciamo un segno, un qualcosa che ci renda quasi eterni, oppure passiamo e basta? Cioè quando passiamo la gente si gira, perchè si accorge del nostro passaggio o no?"

Qualcuno ha detto che alla fine stiamo ancora passando, ma come lo stiamo facendo?

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postato da carlitosway alle ore 08:33
lunedì, 24 ottobre 2005

L'imprevedibilità della vita

Capita che a volte, tutto quanto ti circondi, proprio tutto, sembra godere nel metterti i bastoni tra le ruote, poi un giorno ti svegli e capisci che i problemi che ti assillavano fino al giorno prima, non sono poi così rilevanti.

Nessuno li ha sistemati, nessuno si è messo li per cercare una soluzione, ma oggi quei cazzo di problemi, non sono più li a ronzare nella tua testa.

Tutto era iniziato quella mattina, una domenica mattina, dove appena sveglio potevi crogiolarti nel letto, fuori una cittadina della normandia si faceva già sentire. Tu eri li a fianco a te c'era chi ritenevi al momento la persona più importante della tua vita.

Quella mattina, dove i suoni ovattati dalla pioggerellina fine, arrivavano alle tue orecchie, e tu che ti sentivi felice potevi concederti qualche minuto a pensare che la tua vita non poteva andare meglio. che il tuo aereo che ti riportava in patria sarebbe partito dopo qualche ora, e che tu dovevi fare la valigia, la tristezza si impossessava del tuo cuore, non volevi andartene di la. Il desiderio di cambiare radicalmente la tua vita entrava in te, si faceva largo tra i vari pensieri che ti ronzavano nella testa. Ma poi, come sempre succede in questi casi, la botta arrivò, fredda, glaciale e densa di dolore arrivò. E li ho pianto.

Il dolore era troppo, meglio uscire, fumare e prendere i bagagli e andare, non era ancora arrivato il momento di cambiare vita.

In Italia tutto procedeva come me, con me, al mio ritmo, ma io vivevo per inerzia, aspettando qualcosa che nopn arrivava mai. Ma finchè continui a sperare niente ti schioda. Inizi a non voler più uscire, ti rintani dentro di te c'è un posto ancora illibato? Non lo trovi. Poi una sera esci, scopri che c'è ancora gente che crede in te, ancora qualcuno che ti aiuta, e c'è qualcuno che non sapevi ci fosse, da quel momento la vita riassume il suo aspetto naturale, inizi a vivere ogni singolo minuto, a goderlo fino in fondo, inizi a capire che tutto quello che ti preoccupava deve finire, bisogna girare la pagina e iniziare un nuovo capitolo. Ho capito che la vita funziona come una macchina fotografica: bisogna consumare almeno due rullini prima che esca una bella foto,ma poi quando esce è la più bella che sia mai stata scattata.

 

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