“la dichiarazione di guerra
è stata consegnata nelle
manidegli ambasciatori di
Francie e Inghilterra.
Scendiamo in campo
Contro le democrazie
plutocratiche di occidente”
-Benito Mussolini, dichiarazione di guerra-
Si era alzato quella mattina. Come tutte le mattine. La negra gli aveva portato il caffè. Dal suo balcone poteva controllare tutto il campo di concentramento. Il suo campo. Il “mein kampf” se ne stava sul comodino. Lo aveva letto e riletto. Li dentro per quegli ebrei dimmerda lui era dio. L’unico dio che potevano riconoscere. Lui poteva decidere della loro vita. Lui aveva il potere sulla loro morte. Mentre sorseggiava il suo caffè bollente sul balconcino si sentiva onnipotente. Una folata di vento. Forse un segno evidente del destino. O forse solo una follia della natura. Gli fece rovesciare il caffè sui pantaloni della divisa cachi da SS. Quella negra dimmerda pagherà per questo. La giornata non prometteva nulla di buono. -Chiamatemi quella negra!- urlò. La chiamarono. Lui la guardò negli occhi. Le disse: oggi ti dò l’occasione della tua vita. E mentre lo diceva scriveva qualcosa su un pezzo dicarta. Le disse: oggi ti dò la possibilità di essere libera. E mentre lo diceva firmava quel pezzo di carta. Le disse: ora andiamo nel campo dietro la casa. E mentre lo diceva timbrava col vessillo quel pezzo di carta.
Sul retro. Nel campo la guardò negli occhi. E le disse: ora sei libera, devi solo correre fino alla fine del campo. E mentre lo diceva accarezzava il fucile che aveva sotto braccio.
Lei piabgeva dalla felicità. Le disse: fallo subito. E mentre lo diceva le consegnava il pezzo di carta conn la sua firma. C’era scritto che era libera. C’era scritto che più nessuno la poteva toccare. Lei si girò e iniziò a correre. Con tutte le forze che aveva. Con tutto il fiato di cui disponeva. Era ormai a mentà del campo. Lui la osservava. Si divertiva a vederla correre a zig-zag. Lui guardò il soldato alla sua destra e gli disse: vediamo se sono ancora un buon tiratore. E mentre lo diceva imbracciava il fucile e puntava.
Alla destra del campo c’era henry. Un militare americano di colore. Deportato. Henry aveva visto la scena. Henry aveva capito la storia. Henry li conosceva quelli come lui. Sadici e bastardi. Henry non voleva stare a guardare. Henry iniziò a correre. A correre e urlare. Urlava in tedesco le uniche parole che aveva imparato. Figlio di puttana, urlava. Guardami corro anche io, stronzo. Urlava e correva. Agitava le braccia. Il mirino del fucile si spostò su di lui. Henry correva e si buttava a terra. Rotolovava. Non aveva direzione. La cambiava continuamente. Herny insultava l’ufficiale. Herny aveva lottato altre volte per il suo popolo. Henry non aveva più paura. O forse ne aveva ancora così tanta, che ormai si era abituato. Ma in certi casi pensare non ti porta a nulla.
Lo sparo arrivò. Henry si portò le mani al petto. L’aveva preso in pieno cuore. Il sangue usciva caldo.
Ma lei si era salvata.