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io stesso sono un anacoluto, un errore sintattico del mio stesso io, un brusco cambiamento di soggetto


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postato da carlitosway alle ore 15:11
venerdì, 30 marzo 2007

“Ma un'altra grande forza spiegava allora le sue ali
parole che dicevano: "gli uomini sono tutti uguali"
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria, ed illuminava l'aria
la fiaccola dell'anarchia”
(F. Guccini – La Locomotiva)

She’s got the jack. Picchia nelle orecchie. Fin dentro il sangue. Il ritmo della batteria fa pulsare il cuore. Ti estranei. ti senti un estraneo. Circondato da estranei. fissato. Guardato. Additato. La tua diversità di comportamento ti fa spiccare nella massa di pendolari. Tutti isolati. Resi passeggeri solitari. Su di un treno pieno di gente. Giusto qualcuno esprime il proprio pensiero. Calcio o politica. C’è chi smanetta convulsamente con la tastiera consumata di un cellulare vecchio modello. Nel silenzio si possono sentire lo sfogliare delle pagine di libri e quotidiani. E se hai la voglia ed il gusto di tendere l’orecchio puoi sentire anche il brontolio di uno stomaco affamato.
Qualche comparsa di un modello femminile che sembra figlia diretta della dea Venere ti porta in un paradiso di ambrosia e gonnelline corte.
Alcune volgarità di pessima fattura ti scaraventano sul set di un film porno di bassissima classe. Lo stomaco si contorce alla vista del classico tiratore di catarro. Poi sai che la tipa in fondo al vagone deve andare dal dentista. Domani. e che la figlia del tipo in piedi ha preso un tre. quindi non può uscire per due settimane. E sai benissimo che se ti metti a scrivere qui dentro tutti si sentono in dovere di guardare che cazzo scrivi.
Ma alla fine il treno è come una radio. Muta. Puoi solo immaginare i pensieri. Sarebbe bello poterli sentire.
Ora il tipo mi si è proprio chinato sul taccuino perché non riusciva a leggere bene una parola.

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postato da carlitosway alle ore 13:59
giovedì, 15 marzo 2007

Cara F.,
          innanzitutto ciao. Ti scrivo questa lettera. Lettera che non avrai mai, lettera che forse leggerai. Ma non è questo il problema. Non è importante che tu la legga. È solo importante che io la scriva. Te la scriva. È passato più di un anno dall’ultima volta che ci siamo parlati. Dopo sono stati solo sguardi di disprezzo. Sguardi che ancora continuano. Hai in testa le tue idee. Idee che ti portano a convincerti che io stia male quando ti vedo. Mi fa male a vedere come mi guardi. Sicuramente non sei stata la storia della mia vita. “Insieme” per me ha sempre avuto un significato diverso da quello che eravamo. Quello che siamo stati. Amanti, forse, in alcuni frangenti. Poco complici in tutti gli altri.
Questa lettera nasce dall’esigenza di dirti alcune cose. Chiudere. Mettere la parola fine. Definitiva. Io non ti porto rancore. Ma vorrei ringraziarti. Quando la nostra pseudo-storia è finita mi sono sentito precipitare in un abisso. Ragionando. Col tempo ho capito che avevo paura. E la paura è una brutta storia. Ti fa fare cose che non faresti. Dire parole che non diresti. Passare da paura a terrore la strada è breve. Terrore. Terrore di stare da solo. Terrore di stare solo con me stesso. Se non fosse finita non avrei mai trovato il coraggio di conoscermi. Mi facevo paura da solo. Vivevo da più di vent’anni con un estraneo. Dopo quel giorno di ottobre, ho iniziato a scrivere di nuovo. Non lo facevo da anni. La scrittura è stato il mio primo amore.
Il mio orgoglio e il mio egoismo non mi permettevano di accettare questa brutta fine. Ho ponderato queste parole per più di un anno. Ho provato a dirtele. Ogni volta un tentativo vano. Ogni volta le dicevo a me stesso. Ero sicuro che fossero le parole da dirsi.
Ovviamente non posso dimenticare che sei stata una gran STRONZA e io un gran cazzone. Ma ormai ne è passato di tempo.
La mia vita è andata avanti. La tua anche. Ma comunque eviti di parlarmi. Se non mi vomiti in faccia insulti, mi eviti.
Quindi è ovvio che per mettere questo tanto sudato punto, oltre a ringraziarti per avermi fatto ritrovare ed amare una persona che non vedevo da una vita. e che aspettavo-
Non posso mancare nel bisogno concreto e narcisistico del mandarti AFFANCULO.
Ora ho di fianco a me una persona speciale. Credo di essere anche felice. Ti auguro di trovare la tua di felicità. Io, per me, la cercherò con tutto me stesso. che ora conosco.
So che non capirai queste mie parole. D'altronde non hai mai capito una mischia di quello che ti dicevo. Ma ora non mi interessa più cercare di spiegartelo. Non me ne frega proprio un cazzo. Quello che avevo lì in gola da dirti. Quello che avevo lì in gola che non mi facevi dire. Cioè tutto questo che avevo lì in gola, ora te l’ho scritto. E non mi interessa se lo leggerai oppure no. Io dovevo farlo.
Posso finalmente dire di aver chiuso un ciclo. Messo la fine a tutto questo.
Buona strada
c.
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postato da carlitosway alle ore 17:07
mercoledì, 07 marzo 2007

" Presto io sognerò
Così lontani come siamo
Così lontani come siamo ormai"
SENZA ALI
(G. Pellino -alias- Neffa)

Stamattina il cielo è coperto. Tipica giornata milanese. tipica giornata da starsene a letto. tranquilli.  Stamattina sembra che finalmente tutti i  pezzi siano tornati  a posto. Puzzle. Puzzle di vita. Sentimenti. voglia. Fino a questa mattina la voglia e l'umore sembravano essere volati via. ritornati oggi. con l'aiuto di questo cielo grigio.
Un vecchio bluesman una volta mi disse: "per fare blues, basta una malinconia".
Tutto sembrava così lontano e distaccato dalla vita. non sembrava affatto di essere il protagonista. Quando ti senti solo una comparsa della tua vita vedi tutto come un'inquadratura a tuttocampo. e tu, comunque, ne sei fuori. Vai avanti a ripeterti che è il momento di riprendere in mano la tua vita. subito. ma non sapevo dove trovarla. la mia vita. Tutto ad un tratto ho smesso di comportarmi come un ingegnere consumato. Fermo su calcoli che da lontano sembrano geroglifici ad ornare quella che sembra una lapide bianca. Incisa di un balletto di x e y. di formule e schizzi di progetti.
Una ragazza. Sicura della sua bellezza chiacchiera. Si fa notare. in questa mattina è perfetta anche lei. piove. si bagnerà. mi bagnerò anche io.
nei miei pensieri si fa largo una scena di corpi nudi che si intrecciano sotto la pioggia. un bianconero. una foto. Una vecchia stazione dall'architettura avanguardistica del secolo scorso. Dove le geometrie spigolose dei travertini che la tengono in piedi sembrano affusolarsi nell'intreccio dei corpi nudi. perfetti. e le direzione parallele dei binari infiniti che corrono lontano. in altri luoghi. sempre bagnati dalla pioggia. E sotto. Nelle orecchie. dentro le vene una musica. una traccia dei sigur ros. una traccia che parte lenta. salendo nella vorticità dell'amplesso. e in quel momento un raggio di sole che buca il nero-cupo delle nuvole. e dopo. l'immagine di quella stazione. vuota. con le sue geometrie. spigolosa. ingegneristica.
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